Nel dibattito sulla riforma del TUF, il Testo Unico della Finanza, il Presidente di ANFIR Michele Vietti è intervenuto con un articolo pubblicato su Milano Finanza, offrendo una lettura articolata delle nuove regole, in particolare sul tema del voto di lista.
L’analisi si concentra su uno degli aspetti più discussi della riforma: la possibilità per il consiglio di amministrazione uscente di presentare una propria lista di candidati. Una novità che ha generato posizioni contrapposte, tra chi teme un rafforzamento delle maggioranze e chi evidenzia il rischio di un eccessivo peso delle minoranze.
Voto di lista: tra innovazione e garanzie
Nel suo intervento, Vietti chiarisce come il nuovo impianto normativo non introduca automatismi, ma sia costruito su un sistema di contrappesi e garanzie.
L’introduzione della lista del CdA, ad esempio, è subordinata a condizioni stringenti: può essere prevista solo dallo statuto, richiede una maggioranza rafforzata e necessita del consenso dei due terzi dei componenti del consiglio per essere presentata.
Anche in caso di prevalenza, la normativa garantisce comunque una rappresentanza alle minoranze, con almeno un quinto dei seggi o attraverso meccanismi di riparto proporzionale. Allo stesso tempo, viene ribadito un principio fondamentale: la lista più votata deve poter esprimere una maggioranza stabile all’interno del consiglio.
Più partecipazione nel processo decisionale
Un elemento innovativo riguarda inoltre la struttura del voto, che diventa più articolata. Accanto alla votazione sulle liste, è prevista infatti la possibilità di un secondo turno sui singoli candidati. Questo meccanismo amplia il ruolo attivo degli azionisti e consente una maggiore incidenza sulla composizione finale dell’organo amministrativo.
In questo quadro, anche il ruolo dei proxy advisor è destinato a evolvere, passando da una logica di scelta “in blocco” a una valutazione più puntuale dei singoli profili.
Un equilibrio tra efficienza e tutela
Il punto centrale dell’analisi di Vietti riguarda la ricerca di un equilibrio tra due esigenze fondamentali: da un lato l’efficacia della governance, che richiede maggioranze chiare e capacità decisionale; dall’altro la tutela dei soci di minoranza, che devono poter esercitare i propri diritti senza essere marginalizzati.
La riforma si muove proprio in questa direzione, cercando di evitare sia una concentrazione eccessiva del potere, sia una frammentazione che potrebbe rallentare i processi decisionali.
Un sistema in evoluzione
Queste modifiche si inseriscono in un contesto di trasformazione del mercato dei capitali, caratterizzato da una crescente presenza di investitori istituzionali e da un ampliamento della base degli azionisti.
In questo scenario, l’estensione delle modalità di voto rappresenta un tentativo di adattare l’ordinamento a situazioni diverse, mantenendo al contempo un presidio contro possibili squilibri.
Allo stesso tempo, resta aperta la valutazione sull’efficacia complessiva della riforma, anche in relazione alla capacità di rendere il mercato italiano più attrattivo e di favorire l’accesso alla quotazione, soprattutto per le PMI.
La prospettiva ANFIR: il ruolo delle finanziarie regionali
Accanto ai temi di governance, la riforma del TUF assume un rilievo strategico anche per il sistema delle finanziarie regionali.
Il possibile riconoscimento delle società finanziarie regionali come categoria giuridica autonoma rappresenta un passo importante verso un quadro normativo più chiaro e coerente con la specificità di questi soggetti.
Per ANFIR si tratta di un’evoluzione significativa: rafforzare l’identità e la funzione pubblica delle finanziarie regionali significa aumentare l’efficacia degli strumenti a sostegno degli investimenti, migliorare la capacità di intervento sui territori e garantire maggiore certezza operativa.
In un contesto finanziario sempre più complesso, un sistema normativo più definito può contribuire a rendere più efficaci le politiche di sviluppo e a rafforzare il legame tra finanza pubblica e sistema produttivo.